Il territorio di Todi.

La presenza dell’uomo: il fiume come divinità.


Il colle di Todi si erge al centro di una vasta pianura anticamente sommersa dalle acque del lago Tiberino. Qui il fiume Tevere deponeva i detriti che sottraeva agli Appennini e terminava il suo cammino, bloccato da una catena montuosa. Quando la roccia cedette all’erosione e, aprendosi, diede vita alle Gole del Forello, il lago defluì, liberando la vallata.

Da allora l’uomo ha fatto le sue prime fugaci apparizioni in questa zona dove visse un lungo periodo di vita pacifica e prosperosa. Riti religiosi legati allo studio del volo degli uccelli, accompagnarono la nascita del successivo insediamento, in un luogo più sicuro e protetto. Sulla cima del colle, gli Umbri segnarono il destino della città di Todi.


Tular: il confine tra mondo Umbro ed Etrusco, tecnologia di scambio per la costruzione delle opere sotterranee.


Le città di origini etrusche sono accomunate, nel sottosuolo, da ragnatele di cunicoli e gallerie di drenaggio atte a convogliare l’acqua nei pozzi o a trasferirla in zone aride.

Se scambi ci sono stati tra il mondo umbro e quello etrusco, in questa città che sorge proprio sul loro confine, devono aver interessato particolarmente le opere di ingegneria idraulica realizzate durante i primi insediamenti del colle. A quei tempi, dalla cima dell’attuale Rocca, sorgenti facevano sgorgare l’acqua copiosa. Un bene che andava sfruttato ma che, in quella fase, costituiva principalmente un ostacolo all’espansione della città e una minaccia alla sopravvivenza stessa del colle, di natura palesemente instabile. Con i primi cunicoli realizzati per convogliare l’acqua e bonificare il colle, cominciò a prendere vita un mondo sotterraneo che, nel corso dei secoli, diverrà sempre più articolato, seguirà di pari passo l’espansione urbanistica e si trasformerà in un elemento sempre più indispensabile per la vita cittadina.



La “Fida Colonia Tuder”: il nuovo impianto della città fondato secondo gli schemi dell’estetica ellenistica.


Il momento di maggior espansione della città avvenne in età romana.

Passeggiando oggi per le strade si incontrano resti di strutture e monumenti che testimoniano, anche se solo in parte, la grandiosità delle opere monumentali e dei terrazzamenti che consentirono la grande espansione urbanistica.

Per essere all’altezza del suo ruolo di “fida colonia”, Todi dovette rinnovarsi, abbellirsi. Ecco come Tuder appariva ai visitatori: il Foro, su cui oggi sorge Piazza del Popolo; il Teatro Romano, che sfrutta l’inclinazione del colle; il muro a nicchie, noto come i Nicchioni; le Terme, le imponenti mura; secondo gli storici locali, sulla cima più alta si stagliava il Tempio di Giove. Le tecniche costruttive dei romani non trovarono espressione solo nelle opere monumentali a cielo aperto. Alle preesistenti strutture di drenaggio e di raccolta delle acque, aggiunsero nuovi elementi, estremamente innovativi.

Gli edifici pubblici e privati erano forniti, già in epoca romana, di affidabili sistemi di approvvigionamento idrico e di smaltimento. Le oltre oltre trenta cisterne sotto il Foro, realizzate sulla depressione tra i due colli, assicureranno alla città di Todi una riserva d’acqua che si rivelerà costante nei secoli. Il Medio Evo: la fonte pubblica, ordinamenti e statuti

per la tutela degli acquedotti e l’uso pubblico delle acque.


La rete idrica di Todi ha continuato nella storia a espletare i suoi compiti: raccoglieva acqua pulita, la forniva agli abitanti e la immagazzinava, una preziosa riserva particolarmente utile durante gli assedi e i periodi di siccità.

Questo stato di totale autosufficienza ha sempre contribuito alla ricchezza di Todi. Certamente ha fornito le condizioni ideali per la nascita e lo sviluppo di numerose attività artigianali. Il Medioevo fu un lungo periodo di cambiamenti nell’assetto urbanistico e nello svolgersi quotidiano della vita cittadina. Todi era libero comune, con tutti i privilegi che comportava. Una nuova cinta muraria circondava ora quella più antica e la città, grazie ai nuovi terrazzamenti, ampliò di molto i suoi confini. Sul Borgo Nuovo si affacciavano le botteghe di calzolai, tessitori, orafi, falegnami, fabbri e conciatori, che lavoravano alacremente.La popolazione aumentò sensibilmente e ancora una volta la rete idrica seguì lo sviluppo della città. Nuovi cunicoli si aggiunsero a quelli antichi e molti pozzi vennero aperti in giardini privati e luoghi pubblici.

L’utilizzo della rete divenne così massiccio da rendere necessari, nell’interesse pubblico, ordinamenti e statuti che regolassero l’uso delle acque, che ne vietassero l’inquinamento, che provvedessero alla manutenzione e la tutela dei condotti.

La Fonte Cesia: l’acqua come elemento scenografico nella cultura umanistica. Tra il XVI° e il XVII° secolo Todi vide il fiorire di nuovi elementi scenografici.

Era un’epoca in cui famiglie facoltose adornavano le loro case con statue e quadri pregiati, bronzetti etruschi e ritrovamenti archeologici, influenzate, seppure in ritardo, dal gusto delle civiltà del rinascimento; in città chiese e palazzi venivano eretti o restaurati.

Anche il vescovo dell’epoca, Angelo Cesi, molto amato dal popolo per essere un uomo magnanimo e particolarmente attento agli interessi del Comune, aveva una predilezione per le architetture ed un notevole gusto per l’estetica.

Il vescovo fece costruire il tempio di S.Maria della Consolazione, il Palazzo Vescovile, ammirevole per l’ingresso, per la maestosa galleria e la sala del trono. Fece restaurare la Cattedrale e affrescare il Giudizio Universale; volle il Convento dei Cappuccini.

Per dar spazio alla sua fontana, la Fonte Cesia, fece allargare un tratto della “Rua”, allora la strada principale della città. Il Vescovo Cesi aveva scelto l’acqua come elemento scenografico.

In un lato della fontana, dietro una piccola porta in legno, si accede al condotto che portava l’acqua fino a qui, realizzao in quella occasione per deviare l’antico corso. Dal colle della Rocca l’acqua scendeva veloce per fuoriscire dalla fontana, in un gioco di zampilli sottili.

Dilamazioni”: le frane rovinose del XVIII°secolo, breve storia della città scomparsa.


Gli strati orizzontali alternati di argilla turchina e di breccia arrotondata, caratterizzano l’instabile natura geologica del colle.

A più riprese, nella storia, si sono verificati episodi franosi o crolli, documentati da cronache, disegni, quadri, o ancor meglio, resi evidenti dai danni alle strutture architettoniche. Il XVIII secolo vide i risultati di un enorme dissesto idrogeologico, il primo di una serie di eventi franosi documentati che colpì edifici pubblici e privati.

Per quasi tutto un secolo, tra il ‘700 e l’800, il cantiere della “Fabbrica” a est della città si occupò del recupero di strutture superficiali e sotterranee. Una prima ambiziosa opera di restauro, di cui rimangono nella memoria, documentati, i turni di lavoro, i materiali usati, i ruoli degli operai e le regole da seguire.


1926, il nuovo acquedotto: abbandono dei pozzi, delle cisterne e degli antichi sistemi drenanti.


Negli anni venti cominciò la costruzione del grande acquedotto urbano che dai monti Martani e dalla pianura di Ponte Naia porta l’acqua al comune di Todi. Nella Rocca, sotto al piazzale e nel Maschio, la grande torre, sono nascoste le vasche per la riserva idrica della città. Fu in quegli anni che l’antica conservazione delle acque per mezzo di pozzi e cisterne e la funzionalità delle condutture, già in parte abbandonate, vennero a mancare, così come le opere di manutenzione e di cura delle stesse. Gallerie e cunicoli a lungo rimasero chiusi, bloccati dai crolli, dal fango e dai detriti, ricordati dai cittadini con quell’alone di fascino e mistero che evocano gli anfratti bui, umidi, nelle viscere della terra.


1970, la riscoperta delle antiche gallerie sotterranee: storia delle esplorazioni e delle scoperte archeologiche.


Erano gli anni ’70 quando, spinti dal desiderio di approfondire le conoscenze su quell’intricato mondo ipogeo che si sviluppava sotto i loro piedi, un gruppo di giovani tuderti ha dato vita al Gruppo Speleologico Todi e iniziato la grande esplorazione. L’interminabile lavoro ha avuto inizio sui testi antichi dell’Archivio Storico, tra avvenimenti documentati, storie di fantasia e congetture.

Basandosi su mappe consumate e libri in pergamena gli speleologi scendevano e cercavano conferme. Liberando i cunicoli dai detriti e spingendosi oltre scoprendo nuovi tratti, il Gruppo Speleologico Todi ha ripercorso chilometri di gallerie, censito oltre 600 pozzi e quaranta cisterne. Ancora oggi la sua ricerca continua. Il contributo apportato è tangibile: una memoria più approfondita e dettagliata del mondo ipogeo e una storia civica arricchita di nuovi elementi.

La legge speciale : recupero e tutela della rete idrica sotterranea

L’insieme dei fenomeni erosivi più recenti, ma anche l’entusiasmo che ha seguito la scoperta negli anni ’70 di un patrimonio sotterraneo architettonico di così grande valore, hanno portato la comunità a compiere un passo decisivo verso la tutela e la salvaguardia delle sue architetture. Consistenti interventi che hanno portato negli ultimi trent’anni di lavori di ripavimentazione, di restauro dei muri di contenimento, di manutenzione della rete idrica, a quello che si spera possa essere il definitivo risanamento idrogeologico del colle. La rete sotterranea di Todi, oltre che un’opera monumentale di interesse scientifico, architettonico e archeologico, indica la sua vera unicità nella più importante delle sue funzioni: cunicoli pozzi e cisterne, strutture di epoche ormai antichissime, sono state in grado di preservare nei secoli il colle tuderte dalla sua distruzione.

Info gentilmente concesse da Intrageo e dal Gruppo speleologico Todi